AI: abbiamo scoperto Dio?
Uso l’intelligenza artificiale ogni giorno. Proprio per questo ogni tanto torno alla carta, al fai da te e ai libri
Autore: Vincenzo Bisceglie
Abstract
Uso l’intelligenza artificiale ogni giorno. Ed è proprio per questo che mi spaventa. Non perché tema una rivolta delle macchine, ma perché ogni tanto mi accorgo di quanto sia facile delegare non solo il lavoro, ma anche la fatica, il dubbio e perfino la curiosità.
Ogni tanto mi sorprendo a pensare:
“Dopo lo faccio, tanto ormai ci metto poco.”
Ed è probabilmente questa la cosa dell’intelligenza artificiale che oggi mi spaventa di più.
Non il robot assassino.
Non Skynet.
Non l’algoritmo che decide di sterminarci perché ha calcolato che siamo inefficienti — e, per inciso, avrebbe anche parecchio materiale per sostenere la tesi.
Mi spaventa quel “tanto ci metto poco”.
Perché cambia il valore che attribuisco al tempo necessario per fare qualcosa.
E forse anche alla fatica necessaria per impararla.
Uso l’AI ogni giorno. Ed è proprio per questo che mi spaventa.
Uso tantissimo l’AI. La uso per lavorare, cercare, verificare, programmare, ragionare, mettere ordine. Ho costruito strumenti e flussi in cui l’intelligenza artificiale è ormai completamente integrata.
E proprio per questo ogni tanto sento il bisogno di prendere una penna.
Carta.
Un cacciavite.
Un saldatore.
Qualcosa che, se sbaglio, non abbia il tasto “rigenera”.
Prima di ChatGPT avevo il sussidiario
Quando quella sensazione di onnipotenza tecnologica diventa un po’ troppo convincente, mi torna in mente il sussidiario di quarta elementare.
Quel libro che nella scuola elementare raccoglieva e integrava materie diverse. Una specie di piccolo portale della conoscenza, solo che non aveva una casella in cui scrivere il prompt.
E poi I Quindici.
Quell’enciclopedia per ragazzi, versione italiana della statunitense Childcraft, composta da volumi dedicati al mondo, alla scienza, alla natura, alle persone, al fare e al costruire.
Da bambino l’ho praticamente consumata cercando di capire il mondo.
Scienza. Biologia. Fisica. Animali. Corpo umano. Universo.
Non ricordo neanche quante volte abbia aperto quei volumi senza avere una vera domanda da fare.
Li aprivo perché ero curioso.
Ed è una differenza enorme.
Oggi apro un’AI quasi sempre perché so già cosa voglio chiederle.
Da bambino aprivo un libro per scoprire quali domande non mi ero ancora fatto.
Forse è anche per questo che continuo a scrivere tanto, spesso a mano.
Forse è per questo che continuo a fare un sacco di cose in fai da te anche quando comprarle già fatte sarebbe economicamente più intelligente.
Non è nostalgia.
Non voglio tornare agli anni Novanta perché “si stava meglio”.
Negli anni Novanta per trovare alcune informazioni dovevi cercare per ore e magari alla fine non trovavi comunque niente.
Era terribilmente inefficiente.
Ma comincio a chiedermi se una parte di quell’inefficienza avesse un valore educativo.
Dovevi cercare.
Sbagliare strada.
Leggere qualcosa che non serviva.
Scoprire altro.
Cambiare domanda.
Oggi abbiamo eliminato quasi tutta quella frizione.
Ed è fantastico.
Ma la frizione, qualche volta, serviva.
Ho messo il mio modo di scrivere in una repo Git
Il mio primo correttore non aveva un Transformer
Le prime cose che ho scritto le ho battute sulla macchina da scrivere di mia madre.
Scrivevo tanto.
Spesso.
E quasi mai correttamente.
All’epoca non sapevo neanche dare un nome a molti degli errori che facevo. Crescendo ho scoperto che alcuni di quegli errori avevano una spiegazione e, cosa ancora più importante, che potevo tranquillamente conviverci.
Mia madre correggeva quello che scrivevo.
Poi, molti anni dopo, ha iniziato a farlo quella che oggi è mia moglie.
Un’ottima penna.
Altro che me.
Ora lo fa anche l’intelligenza artificiale.
Il mio primo correttore, però, non utilizzava un Transformer, l’architettura introdotta nel 2017 dal lavoro Attention Is All You Need e diventata fondamentale nello sviluppo dei moderni modelli linguistici.
Aveva una penna.
Ed eccomi qui.
A scrivere un articolo sul rischio di delegare troppo all’intelligenza artificiale mentre un’intelligenza artificiale sta revisionando questo articolo.
Sì.
Lo so.
È meravigliosamente incoerente.
O forse no.
Sono colpevole.
Faccio revisionare i miei testi all’AI.
Ma non apro una chat qualunque scrivendo:
“Fammi un articolo interessante sull’intelligenza artificiale.”
Ho costruito una specie di redazione.
Ha regole.
Contesto.
Procedure.
Conosce ciò che voglio evitare, il modo in cui strutturo un pensiero, le cose che considero importanti e quelle che invece considero insopportabili.
Questa redazione legge perfino una mia repository privata Git.
Per chi non mastica Git: una repository è sostanzialmente un luogo in cui conservare file e mantenerne anche la cronologia delle modifiche. Può essere pubblica oppure privata.
Sì.
Ho trasformato il mio modo di scrivere in una repo privata.
Rileggendo questa frase mi rendo conto che probabilmente avrei bisogno di uscire un po’ di più.
Ma il punto è un altro.
Non mi è mai interessato farmi fare i compiti a casa dal più bravo della classe.
Preferisco sbagliare.
Correggere.
Reiterare.
Sbagliare meglio.
Quello che voglio dall’AI non è che pensi al posto mio.
Voglio che mi mostri dove il mio pensiero non funziona.
La differenza sembra piccola.
Per me è enorme.
Correggere non è scrivere
La questione della provenienza dei contenuti diventerà sempre più importante.
Anthropic, l’azienda che sviluppa Claude, indica il watermarking e l’autenticazione dei contenuti generati dall’AI tra gli strumenti su cui lavora nell’ambito della trasparenza e della provenienza dei contenuti.
A me l’idea piace.
Non come marchio d’infamia.
Come credito.
Se un’intelligenza artificiale ha scritto una parte sostanziale di un contenuto, perché non dovrebbe essere dichiarato?
Diamo visibilità ai ghostwriter.
Anche a quelli sintetici.
Il problema, naturalmente, diventa capire dove passi il confine tra assistenza e autorialità.
Nel luglio 2026 un caso editoriale ha reso questa domanda molto concreta: il manoscritto Call Me, I’ll Hide the Body di Jerry Falade aveva attirato un’offerta da circa 2 milioni di dollari, ma il progetto è stato ritirato dall’agente dopo dubbi sull’eventuale coinvolgimento dell’AI. Falade ha negato di averla utilizzata per scrivere il romanzo.
Ed è proprio questo il punto interessante.
Non stabilire qui chi abbia ragione.
Ma accorgerci che ormai dobbiamo persino chiederci cosa significhi “aver scritto” qualcosa.
Se io scrivo questo articolo e una macchina mi corregge sintassi, ritmo o struttura, chi è l’autore?
Se le fornisco dieci pagine di pensieri e le chiedo di riordinarle?
Se le fornisco soltanto il titolo?
Se le dico semplicemente “scrivi come me”?
Dove finisco io?
Dove comincia lei?
Pensate a Elena Ferrante.
Uno pseudonimo dietro il quale l’identità reale dell’autrice non è mai stata ufficialmente resa pubblica.
Per anni ci siamo chiesti chi ci fosse dietro quel nome.
Oggi probabilmente qualcuno comincerebbe chiedendo:
“Chi? O quanti agenti AI?”
Non sto dicendo che Elena Ferrante sia un cluster Kubernetes letterario.
Calma.
Sto dicendo che persino il concetto di pseudonimo potrebbe assumere presto un significato completamente diverso.
Cosa chiedo davvero all’intelligenza artificiale?
A un certo punto me lo sono chiesto.
Se uso così tanto l’AI, cosa le chiedo più spesso?
La risposta mi ha sorpreso.
Molte delle mie richieste non sono:
“Fallo al posto mio.”
Sono:
“Controlla.”
Verifica questo dato.
Cerca questa informazione.
Confronta queste fonti.
Dimmi se questa cosa che sto leggendo ha senso.
Quando qualcosa online puzza di scam o di truffa, spesso lo passo a Gemini, l’assistente AI di Google.
E finora ci prende abbastanza spesso da farmi aggiungere ogni volta:
chissà come mai.
Fa sorridere, ma contiene un paradosso.
Sappiamo che le intelligenze artificiali possono sbagliare.
E così, per proteggerci dagli errori del mondo, chiediamo a un’intelligenza artificiale di verificare il mondo.
La bottiglia, il bosone di Higgs e il problema vero
La scintilla per questa riflessione mi è arrivata dal video di Andrea Bruno AI: abbiamo scoperto Dio?.
Bruno racconta un esperimento semplicissimo.
Mostra a ChatGPT una bottiglia nascondendone marchio ed etichetta e chiede di riconoscerne alcune caratteristiche.
L’AI sbaglia.
Sbaglia dimensioni.
Interpreta male alcuni elementi.
In un altro test attribuisce a un pacco di biscotti un colore differente da quello percepito osservando direttamente l’oggetto.
Fin qui niente di sconvolgente.
Il punto arriva dopo.
Bruno chiede:
“Cos’è il bosone di Higgs?”
E riceve una risposta articolata e tecnica.
Il bosone di Higgs è una particella la cui scoperta, annunciata al CERN nel 2012 dalle collaborazioni ATLAS e CMS, ha confermato l’esistenza del campo di Higgs previsto teoricamente decenni prima.
Qui cambia tutto.
Perché posso guardare una bottiglia e dire:
“No, hai sbagliato. È alta 33 centimetri.”
Posso guardare un colore e contestarlo.
Ma se non sono un fisico, come verifico una spiegazione sul bosone di Higgs?
Il problema non è più la risposta.
È la mia capacità di metterla in discussione.
Ed è questa, secondo me, la vera questione dell’AI.
Non quanto diventerà intelligente.
Quanto diventeremo disposti a fidarci.
Il libro non mi rispondeva
La collana I Quindici non poteva rispondermi.
Il sussidiario non poteva semplificare una spiegazione perché non l’avevo capita.
Non potevo scrivere:
“Spiegamelo come se avessi dieci anni.”
E certamente il libro non poteva continuare con:
“Vuoi che ti faccia anche uno schema?”
Dovevo fare io una parte del lavoro.
O chiedere a qualcuno.
Un insegnante.
Mia madre.
Una persona che magari non conosceva la risposta e mi diceva:
“Non lo so.”
Questa frase mi manca.
Non lo so.
È una delle espressioni più intelligenti che abbiamo inventato.
Eppure oggi viviamo circondati da sistemi progettati per darci comunque una risposta.
Magari probabilistica.
Magari prudente.
Magari piena di avvertenze.
Ma una risposta arriva.
Ed è terribilmente comodo.
Il fai da te è il mio antivirus?
Forse è anche per questo che continuo a fare cose con le mani.
Tagliare.
Avvitare.
Saldare.
Smontare.
Rompere.
Ricostruire.
Il fai da te ha una caratteristica meravigliosa:
la realtà non accetta prompt ben scritti.
Se tagli un pezzo di legno tre centimetri più corto, hai tagliato un pezzo di legno tre centimetri più corto.
Puoi spiegare benissimo le tue intenzioni.
Il legno se ne frega.
La vite spanata non genera una seconda risposta.
Il componente bruciato non ti dice che si scusa per l’equivoco.
La realtà fisica oppone resistenza.
E forse abbiamo ancora bisogno di qualcosa che ci opponga resistenza.
Siamo il sistema operativo del pianeta Terra
Resto convinto che l’intelligenza artificiale eliminerà molti lavori inutilmente ripetitivi e privi di reale valore umano.
Renderà semplici attività che oggi ci sembrano complesse.
Trasformerà sempre più cose in dati.
Processi.
Automazioni.
API.
A volte mi piace pensare che siamo diventati una specie di sistema operativo del pianeta Terra.
Abbiamo sensori ovunque.
Server.
Reti.
Satelliti.
Database.
Modelli che ingeriscono quantità immense di informazioni.
Poi però bisogna ricordarsi l’uptime.
Homo sapiens esiste da circa 300.000 anni.
I dinosauri non aviani hanno abitato la Terra grossomodo tra 245 e 66 milioni di anni fa.
Facendo un confronto puramente temporale, la nostra intera esistenza come specie corrisponde a circa lo 0,17% della durata della loro presenza sul pianeta.
Ci sentiamo amministratori di sistema.
Siamo appena entrati come stagisti.
E circa 66 milioni di anni fa l’impatto di un grande asteroide contribuì alla grande estinzione di massa alla fine del Cretaceo, cancellando i dinosauri non aviani e moltissime altre forme di vita.
Non è pessimismo.
È scala.
È la nostra reale dimensione.
Asimov aveva già fatto la domanda
Nel 1956 Isaac Asimov pubblicò L’ultima domanda.
Il racconto comincia nel 2061.
Multivac, un gigantesco computer immaginario ricorrente nelle opere di Asimov, ha aiutato l’umanità a sfruttare l’energia solare.
Due tecnici finiscono per porgli una domanda apparentemente assurda: è possibile invertire l’entropia?
In altre parole, possiamo impedire che stelle e universo vadano inevitabilmente verso la loro fine?
La domanda tocca il secondo principio della termodinamica: in estrema sintesi, l’energia disponibile per produrre lavoro tende a degradarsi e l’entropia di un sistema isolato tende ad aumentare.
Il computer non possiede dati sufficienti per rispondere.
Passano migliaia di anni.
Poi milioni.
Poi miliardi.
Cambiano gli esseri umani.
Cambiano le macchine.
Cambiano i pianeti.
La domanda resta.
E la risposta continua a non esserci.
Finché l’universo termina.
L’umanità stessa ormai esiste in una forma completamente diversa e l’ultima evoluzione del computer continua a elaborare quella domanda dopo aver assorbito tutta la conoscenza disponibile.
Alla fine trova la risposta.
Non esiste più nessuno a cui comunicarla.
Può soltanto dimostrarla.
“Sia luce.”
E la luce fu.
Quindi l’AI è Dio?
No.
Almeno non credo.
Ma forse questa è perfino la domanda meno interessante.
La domanda interessante è un’altra.
Quando abbiamo cominciato a interrogarla come se lo fosse?
Chiediamo all’AI cosa scrivere.
Cosa leggere.
Cosa comprare.
Se qualcosa è vero.
Se qualcosa è falso.
Come programmare.
Come lavorare.
Come rispondere.
Come capire.
E presto probabilmente le chiederemo cose che oggi non immaginiamo neanche.
Non voglio smettere di farlo.
Sarebbe ipocrita.
L’AI è uno degli strumenti più potenti che abbia mai avuto a disposizione e continuerò a usarla.
Anche per correggere questo articolo.
Anzi.
Questo articolo è stato revisionato da un’intelligenza artificiale mentre raccontavo perché non voglio che un’intelligenza artificiale scriva al posto mio.
Direi che come cortocircuito può bastare.
Ma voglio conservare qualche errore.
Qualche pezzo di carta.
Qualche vite spanata.
Qualche libro che non può rispondermi.
E soprattutto voglio conservare quella sensazione che avevo da bambino davanti a un volume troppo grande per ciò che sapevo.
Non la sensazione di avere tutte le risposte.
La voglia di fare un’altra domanda.
Perché forse il rischio non è che l’intelligenza artificiale diventi Dio.
Forse il rischio è che noi smettiamo di dubitare prima che lei ne abbia bisogno.
E allora rimangono due domande.
Cosa chiedi all’AI?
E soprattutto:
cosa hai già smesso di chiedere a te stesso?
Fonte d’ispirazione: Andrea Bruno, AI: abbiamo scoperto Dio?, YouTube.