Cerimonia campo sportivo Benedetto Petrone

Il 5 maggio 2019 il campo sportivo Petrone ha riaperto i cancelli. Prima la cerimonia con lo svelamento della targa in ricordo di Benedetto Petrone, alla presenza della signora Porzia Petrone, sorella di Benedetto, e di autorità politiche, civili, sindacali, militari, rappresentanti delle società sportive. Poi il calcio di inizio del sindaco Minervini e il via ad un triangolare di calcio.
«Mi rivolgo agli uomini dello sport e a quanti praticano sport. La Città di Molfetta, il Comune di Molfetta con i soldi dei molfettesi fa queste cose. Ora voi – ha sottolineato il sindaco, Tommaso Minervini – avete il compito di custodire e mantenere tutto questo. Ho formalmente concesso la custodia alle società sportive minori di questa città, che utilizzano questo impianto, affinchè lo sappiano custodire. Se rovinate questo impianto è come dire che sciupate i vostri soldi. Con grande gioia – ha concluso – diamo inizio alla nuova era del campo sportivo Benedetto Petrone». 

Benedetto Petrone cresce a Bari, nella città vecchia (quartiere San Nicola) con la sua famiglia di umili origini La seconda metà degli anni settanta è segnata dal processo di avvicinamento tra PCI e DC, detto anche compromesso storico e dall’acuirsi della strategia della tensione. Il 1977 è un anno caldo: il 18 gennaio inizia a Catanzaro il processo per i fatti di piazza Fontana; il 17 febbraio Luciano Lama, segretario della CGIL viene contestato a La Sapienza dagli autonomi; tra marzo e settembre diversi giovani militanti di sinistra perdono la vita, tra questi Francesco Lorusso e Walter Rossi di Lotta Continua e Giorgiana Masi; nello stesso periodo alle azioni delle Brigate Rosse, si succedono agguati e attentati di gruppi neofascisti.

Bari non è esente da questo clima di tensione. La città è divisa in zone controllate da neofascisti, come CarrassiMuratPoggiofranco e Japigia e zone controllate da militanti di sinistra come Bari Vecchia e il campus universitario. Alle elezioni politiche del 1976 a Bari il PCI raccoglie il 28% dei consensi, staccato di dieci punti percentuali dalla DC, mentre il MSI si conferma terzo partito con il 12% dei voti (6% a livello nazionale).

Le azioni dei neofascisti baresi partono spesso dalla sezione “Andrea Passaquindici” del Movimento Sociale Italiano con sede a Carrassi e dalla federazione provinciale del partito sita nel quartiere murattiano[6]. Per tutto il 1977 sono numerose le azioni violente compiute dai neofascisti, che usano tra l’altro presidiare di sera i quartieri con le cosiddette “ronde nere”: tra gli atti violenti compiuti ricordiamo diverse aggressioni a cittadini e militanti antifascisti da parte delle ronde[4][7], il lancio di una bottiglia molotov contro una festa di Fronte Popolare nel quartiere San Pasquale del 12 settembre[6], ma soprattutto l’azione intimidatoria nei confronti dei giornalisti de La Gazzetta del Mezzogiorno, avvenuta il 30 ottobre, attraverso il danneggiamento di una decina di auto appartenenti a membri della redazione del quotidiano[6]. I giornalisti della Gazzetta da mesi stavano seguendo le indagini del pubblico ministero Nicola Magrone sul rapimento di Enzo Marino, figlio di Angelo, presidente della Camera di Commercio di Bari e dirigente regionale della Democrazia Cristiana, avvenuto il 25 marzo 1977[8]: nel corso delle indagini, Magrone aveva svelato l’esistenza di legami profondi tra i militanti baresi del MSI, membri della criminalità organizzata ed esponenti della borghesia cittadina[9]. Nel novembre del 1977 il Movimento Studentescostamperà Il libro bianco sulla diffusione della droga pesante a Bari e provincia, in cui denuncia la connivenza tra neofascisti e malavitosi nello spaccio di cocaina ed eroina. Le forze politiche democratiche e antifasciste baresi condanneranno a più riprese le azioni violente dei missini, invocando anche la chiusura della sezione “Passaquindici”

Nonostante la tensione a Bari fosse alta, il MSI convoca un comizio di Pino Romualdi, già vicesegretario del Partito Fascista Repubblicano, per domenica 13 novembre in piazza Fiume[10]. Attraverso un appello lanciato nei giorni precedenti dal Movimento Lavoratori per il Socialismo a cui aderiscono numerosi partiti e organizzazioni democratiche e antifasciste, si riesce ad impedire la manifestazione di piazza dei missini[11]. Ma il 16 novembre il MSI svolge un incontro-dibattito con Pino Rauti e Gianfranco Fini, sebbene si siano verificate tensioni nei giorni immediatamente precedenti[12]. Nella settimana che precede il 28 novembre si susseguono le aggressioni e le provocazioni da parte delle ronde nere: un ragazzo quattordicenne viene ricoverato il 26 novembre dopo essere stato aggredito da un gruppo di uomini armati e mascherati[13].

«L’altra sera eravamo un gruppetto di compagni, abbiamo lasciato Bari Vecchia e ci siamo affacciati su corso Vittorio Emanuele. Erano le 20:30 o poco più, forse, e sapevamo che poco prima una banda fascista aveva intimidito e minacciato una ragazza. Improvvisamente ce li siamo visti venire incontro in tanti, sbucavano da via Piccinni, dove c’è la federazione missina, li abbiamo visti con le mazze chiodate in mano, siamo scappati, io verso la parte alta del corso, in direzione di piazza Garibaldi. Ma poi mi sono voltato, ho visto che Benedetto non ce la faceva per il difetto alla gamba, era rimasto all’angolo della prefettura. Uno degli squadristi gli stava di fronte, lo ha colpito con un coltello una prima volta, in basso: allora sono tornato indietro, mentre Benedetto cadeva e quello lo colpiva di nuovo, ho allungato il braccio per afferrarlo, e l’assassino mi ha ferito all’ascella.»
(Franco Intranò, ferito nell’agguato, da L’Unità del 30 novembre 1977[14])

Il pomeriggio del 28 novembre un militante della FGCI viene aggredito da un gruppo di missini e, nella serata dello stesso giorno, attorno alle 20:00, si ripete una nuova aggressione: in piazza Chiurlia sostano alcuni giovani comunisti che improvvisamente notano l’avvicinarsi di un gruppo di missini[15]. I comunisti fuggono subito nella sezione “Introna-Pappagallo” di Bari Vecchia per chiedere aiuto, mentre i missini si dileguano[15]. Dalla sezione escono una quindicina di militanti, i quali si dividono per un giro di perlustrazione. Un gruppetto di quattro persone, tra i quali ci sono Benedetto Petrone, 18 anni e Franco Intranò, 16 anni, sta attraversando piazza Massari, dirigendosi verso piazza Prefettura.

Presidio sul luogo dell’assassinio di Benedetto Petrone.

Di fronte alla prefettura, all’angolo tra via Cairoli e corso Vittorio Emanuele, sostano una ventina di missini, che avvistando i giovani comunisti, inviano due di loro a chiamare i rinforzi nella vicina federazione provinciale del MSI in via Piccinni, al cui interno ha sede anche il Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del partito. A questo punto un branco di circa quaranta neofascisti si incammina verso il gruppetto che sosta ancora in piazza Massari[13]. Dal branco si sganciano cinque missini che si scagliano contro i comunisti, tre dei quali iniziano a scappare attraversando la piazza e disperdendosi nei vicoli della città vecchia, mentre Benedetto Petrone, avendo problemi di deambulazione, resta indietro venendo raggiunto dagli aggressori che si avventano su di lui con catene e bastoni[13]. Franco Intranò torna indietro per aiutare il compagno, ma viene gettato a terra e ferito da un’arma da taglio che gli penetra l’ascella, mentre Petrone viene accoltellato all’addome, colpo che gli risulta fatale e poi poco sotto alla clavicola[13].

Soccorsi qualche decina di minuti più tardi, Petrone giunge in ospedale già morto, mentre Intranò, seppur ferito, riesce a raccontare l’accaduto e a descrivere gli aggressori[13]. Nella notte vengono fermati sei neofascisti, mentre i sindacati aderiscono allo sciopero proclamato dalla Federazione lavoratori metalmeccanici di Bari[13]. Il PCI e la FGCI diramano diversi comunicati invocando la chiusura di tutte le sedi neofasciste.

fonte wikipedia