La processione della Pietà di Molfetta

Nella giornata del Sabato Santo, Molfetta vive la sua ultima processione della Settimana Santa. Sette statue varcano il portone della chiesa del Purgatorio anticipate dalla Croce e poi fino a sera per le vie della città.

Era in corso l’anno 1945 quando l’Amministrazione della Arciconfraternita della Morte sentì la necessità di rifare alcune statue perché quelle esistenti non erano armoniche fra loro. Per far sì che tutte le statue avessero la medesima fattura, l’incarico venne affidato a Giulio Cozzoli che già aveva plasmato il Cristo Morto, la Veronica, S. Giovanni e Maria Cleofe. Lo scultore considerò l’azione dell’apostolo non disgiunta da quella del gallo; immaginò, quindi, S. Pietro sorpreso dal canto del gallo, timoroso e sbigottito per aver rinnegato il Maestro. Sia pure rispettando gli stessi colori della precedente, realizzò la statua in un atteggiamento diverso, con la mano sinistra portata verso l’orecchio, anziché alla fronte, con la barba incolta, che incominciava a diventar canuta, e con il piede posato su un gradino del pretorio del procuratore romano Pilato. Anche il bel gallo, che si ammira accanto all’apostolo, richiese uno studio ben attento, tanto da necessitare di ben due esemplari come modelli: uno per la sua fattezza fisica e l’altro per la meravigliosa colorazione variopinta del suo piumaggio. Nel 1948 l’immagine venne portata in processione, ma la popolazione non l’accettò benevolmente, anzi la critica in merito, fatte salve le eccezioni, fu molto severa. Il tempo, ovvero il miglior giudice, ha fatto giustizia!
Commissionata allo scultore dall’Amministrazione del Pio Sodalizio della Morte, la Veronica segna l’inizio del rinnovamento delle sacre immagini portate in processione dall’Arciconfraternita della Morte. II Sabato Santo del 1907, la figura dall’ameno volto orientale e dai grandi occhi dubbiosi varcò la soglia del Purgatorio. È stata la prima statua del Cozzoli, allora ventiquattrenne, ad uscire in processione; un’opera che permise ai molfettesi di apprezzare il talento e la valenza artistica del giovane Cozzoli. L’atteggiamento della figura, l’espressione del volto emozionato e sorpreso in seguito al fatto soprannaturale, gli occhi che sembrano mirare la moltitudine, la folla, per indicare loro l’avvenuto miracolo. II corpo discostato dal Sudario, muto testimone di uno straordinario avvenimento, pare mostrare un riverente timore di avvicinarsi ad esso.
Nel 1913 l’allora Presidente del Pio Sodalizio della Morte, desiderando donare all’Arciconfraternita l’immagine di una delle tre Marie, presenti alla Grande Tragedia, volle personalmente incaricare Giulio Cozzoli affinché potesse realizzare una statua raffigurante Maria Cleofe. Terminato il lavoro, l’immagine fu portata in processione nell’anno 1914, ma per motivi a noi non noti, la statua riuscì più alta della Veronica. All’artista questo inconveniente provocò una sofferenza interiore, un profondo disagio, un qualcosa a cui si doveva porre subito rimedio. Ritenne, per questo, opportuno correggere l’inconveniente. Il Cozzoli, creò l’immagine di una donna, dal volto arrossato e dalle palpebre gonfie per aver’ assai pianto, donandole un volto realistico, esemplarmente umano; una donna intenta a contemplare la corona di spine e i chiodi, rappresi di sangue, che hanno trafitto le mani e i piedi di nostro Signore Gesù Cristo. L’opera si caratterizza, anche, per il dolce accostamento dei colori: l’azzurro intenso della veste, il delicato colore del manto ed il viola intenso del turbante, conferiscono alla figura una pregevole e squisita finezza.
La statua di Maria Salomè fu ultimata nel 1951 ed esposta al pubblico nel prestigioso palazzo Cappelluti, ora purtroppo demolito. Maria Salomè fu madre di S. Giovanni Evangelista: anch’essa come Maria Cleofe, non rivestì un ruolo particolare che potesse distinguerla dalla massa del popolo presente alla grande tragedia sul Golgota. Pertanto, l’artista Giulio Cozzoli raffigurò la Salomè in angustiato pianto, ponendole tra le mani il vaso contenente l’ unguento per imbalsamare il corpo di Nostro Signore. Nel 1953, con il consenso unanime espresso in assemblea dai confratelli presenti, l’ Amministrazione del tempo decise di acquistarla e portarla in processione nella Pasqua dello stesso anno. Per la prima volta, con questa statua, il giudizio della popolazione fu concorde, unanime, nel ritenere l’opera interamente riuscita.

La Maddalena recata a spalla dalla Confraternita della Beata Vergine Immacolata

L’ esplicazione artistica della peccatrice di Magdala per l’Arciconfraternita della Morte costituì, anche per Giulio Cozzoli, un tema difficile da trattare, faticoso forse per quell’ambiguità che le è innata; un tema arduo da svolgere, tanto da impegnarlo per ben due volte nella realizzazione delle statue. Concepita liberamente, la prima statua che egli plasmò, fu ritenuta “scandalosa” dall’allora Vescovo Achille Salvucci. Il Cozzoli, dopo l’ostacolata vicissitudine della prima Maddalena, si adoperò per svolgere nuovamente il tema. L’immagine ripete molti attributi della prima statua plasmata dal Cozzoli, l’espressione del volto, gli occhi segnati dal pianto dirotto, lo sguardo rivolto lontano; il suo atteggiamento di grande umiltà, memore di una vita trascorsa nel peccato. Le braccia distese, in parte coperte, le mani strette e incrociate tra loro, rivelano lo sconforto dello spirito. Terminata nell’estate del 1955, la nuova Maddalena fu portata in processione nella Pasqua del 1956. Un’anno che gli anziani confratelli ricordano per una molteplicità di eventi. Una Pasqua che rievoca ricordi, non solo perché con la nuova Maddalena si pose fine all’annoso problema, non anche perché con il “novus ordo” emanato da Papa Pio XII mutarono gli orari delle processioni, ma soprattutto perché si completò la serie delle statue del Sabato Santo plasmate dal Cozzoli.
Dopo lunghe vicissitudini, la nuova immagine del discepolo prediletto venne ultimata nella seconda quindicina di marzo del 1927 e fu solennemente benedetta, con la relativa funzione, la Domenica delle Palme. L’artista volle raffigurare S. Giovanni, l’evangelista, il giovane buono, mentre mira con intimo strazio l’amato Maestro sospeso al patibolo della Croce. Il Sabato Santo dello stesso anno, la statua fu portata in processione. La popolazione non risparmiò alcun commento in merito; alcuni sostenevano il pregio artistico della vecchia statua, altri, ritenendo che la figura era troppo snella, rimpiangevano la statua precedente di forme barocche, pesanti. Col tempo le critiche svanirono; pian piano i molfettesi si affezionarono al nuovo S. Giovanni.
La vecchia statua lignea del Cristo Morto, in grembo alla Vergine Maria, ormai corrosa dal tarlo, non era ritenuta dal Cozzoli rispondente alla solenne processione. L’artista pensò, dunque, che una nuova immagine avrebbe dato maggiore splendore, maggiore decoro al simulacro più venerato nella processione del Sabato Santo: La Pietà. Incominciò, quindi, a studiare la nuova immagine, plasmò alcuni bozzetti, ma nella tarda estate del 1906 fu costretto ad interrompere l’opera per realizzare la statua raffigurante la Veronica. Terminato il lavoro, Giulio Cozzoli si preoccupò di portare a termine la nuova immagine del Cristo. Per questo si portò più volte, al cimitero onde poter studiare i corpi inanimati, inerti nell’abbandono della morte. Dagli schizzi lì fatti, successivamente elaborati e tradotti nel bozzetto definitivo, venne fuori la struggente immagine del Cristo Morto, che venne portata, per la prima volta, in processione nella Pasqua del 1908, conferendo alla compagine una più alta valenza artistica. Anche il volto della Madonna, rigato dalle lacrime, con gli occhi arrossati e tumidi, subì un lieve ritocco. Lo scultore, arricchendolo di minuti particolari, volle donargli una più intensa espressione di dolore, esplicitando il dolore, tutto terreno, di una madre cui hanno torturato ed ucciso il figlio. Apportò, inoltre, efficaci modifiche all’intera composizione; realizzò un masso con ampia base su cui far sedere la figura della Madonna e fissare la Croce, che si erge alle sue spalle. Con queste importanti modifiche, arricchita dalla luttuosa veste e l’ampio manto nero, sfarzosamente adorni di ricami in oro, dalla pregiata Croce di legno, dagli eleganti lumi d’argento, la composizione del gruppo “La Pietà” risultò più armoniosa, più elegante nelle forme, rivalutata nella sua interezza.
fonte dei testi www.lamiasettimanasanta.it