Don Noia e il Battesimo venduto come una clausola irrevocabile
Un prete di 31 anni, la nostalgia improvvisa dei preti di una volta e una domanda da Product Marketing: come racconti una scelta a persone che l’hanno già
Un prete di 31 anni, la nostalgia improvvisa dei preti di una volta e una domanda da Product Marketing: come racconti una scelta a persone che l’hanno già fatta?
Non pensavo che un prete di 31 anni potesse farmi venire nostalgia dei preti di una volta.
Poi ho incontrato Don Noia.
Lo chiamo così perché, nella mia testa, il battesimo gliel’ho amministrato io una seconda volta.
Il problema non era la durata dell’incontro. Nemmeno la liturgia. E neppure il fatto che un prete parlasse di fede, sacramenti, male o responsabilità dei genitori. Sarebbe come entrare in una concessionaria e lamentarsi perché parlano di automobili.
Il problema era il linguaggio.
Davanti avevo una persona più giovane di me che raccontava fede, educazione e libertà con una grammatica che mi sembrava molto più vecchia di lui: autorità, imposizione, paura delle conseguenze, figli da indirizzare e quella sensazione di fondo secondo cui forse oggi ci facciamo troppi problemi nel pretendere certe cose.
È stato il primo cortocircuito.
Il secondo era appeso alle pareti.
Una stanza da tredicenne degli anni Novanta
Foto del Papa.
Il Papa qui.
Il Papa lì.
Ancora il Papa.
A un certo punto la stanza mi è sembrata quella di un tredicenne negli anni Novanta.
Noi avevamo Del Piero, Schumacher, Kurt Cobain, Pamela Anderson o chiunque in quel momento meritasse l’onore di essere fissato al muro con quattro pezzi di nastro adesivo.
Lì il fandom era pontificio.
E mentre osservavo quelle immagini mi sono accorto soprattutto di un’assenza.
Non vedevo il volto di uno dei sacerdoti che, nella memoria del quartiere, aveva rappresentato qualcosa di molto più vicino: una figura legata alla rinascita di quel territorio, alla sua comunità, alla vita concreta delle persone.
Magari era una scelta casuale.
Ma anche le assenze comunicano.
Da una parte il grande simbolo istituzionale.
Dall’altra nessuna traccia visibile, almeno in quella stanza, di chi aveva incarnato localmente quella stessa istituzione.
Mi è venuto in mente American Gods.
Non perché il Papa sia un dio — prima che qualcuno prepari il rogo — ma perché Neil Gaiman gioca continuamente con un’intuizione affascinante: gli dèi sopravvivono attraverso l’attenzione, i simboli, i rituali, le storie che continuiamo a raccontare su di loro.
American Gods docet.
Anche le organizzazioni fanno qualcosa di simile.
Decidono chi mostrare.
Chi ricordare.
Quali simboli moltiplicare.
E quindi, inevitabilmente, decidono quale idea di sé tramandare.
Ma poi Don Noia ha iniziato a parlare.
E lì il problema delle fotografie è diventato secondario.
Quando trasmettere diventa imporre
Uno dei temi emersi riguardava il timore dei genitori moderni di imporre la fede ai propri figli.
Tema interessante.
Forse persino inevitabile.
Perché oggi molti genitori credenti vivono una tensione reale: vogliono trasmettere qualcosa che per loro ha valore senza trasformare quel valore in un obbligo identitario.
La risposta di Don Noia, almeno per come l’ho percepita, andava però nella direzione opposta.
Arriva persino il confronto con il calcio.
In sostanza: se un genitore non si pone troppi problemi nel trasmettere al figlio la propria squadra del cuore, perché dovrebbe preoccuparsi di trasmettergli la propria fede?
È una di quelle analogie che funzionano benissimo per circa quattro secondi.
Poi inizi a pensarci.
Se mio figlio smette di tifare la mia squadra, probabilmente riusciremo entrambi a sopravvivere.
Potrò considerarlo un fallimento educativo, cancellarlo dal gruppo WhatsApp di famiglia e negargli l’eredità.
Ma dovrei riuscire a superarlo.
La fede è leggermente più complessa.
Tocca identità, morale, appartenenza, rapporto con il dolore, con la morte, con il trascendente.
Il problema quindi non è se un genitore debba trasmettere qualcosa.
Lo fa inevitabilmente.
Trasmettiamo lingua, abitudini, convinzioni, valori, paure, gusti, pregiudizi.
Persino ciò che scegliamo di non insegnare diventa parte dell’educazione.
Il punto è un altro:
trasmettere qualcosa non significa possederne il risultato.
Ed è qui che, secondo me, Don Noia comincia a perdere la partita.
Se il Battesimo fosse un prodotto
A quel punto mi è partita la deformazione professionale.
Product Marketing.
Quindi facciamo una cosa volutamente irriverente.
Immaginiamo per un momento che il Battesimo sia un prodotto.
Non lo è.
Ma l’analogia aiuta a vedere il problema.
Le persone presenti non erano prospect.
Non erano lead.
Non serviva fare awareness.
Non serviva convincerle dell’esistenza della Chiesa cattolica.
Erano già lì.
Avevano scelto.
Avevano organizzato un Battesimo.
La conversione, per usare un termine da marketing che in questo caso diventa meravigliosamente ambiguo, era già avvenuta.
Quella non era acquisition.
Era onboarding.
Il momento in cui devi aiutare qualcuno a comprendere il valore della scelta appena compiuta.
E cosa non dovresti fare durante un onboarding?
Ricordare ossessivamente al cliente che ormai è dentro.
Quando Don Noia spiega che il Battesimo imprime un carattere permanente, che rimane anche davanti alla volontà futura di “sbattezzarsi”, la mia mente professionale traduce inevitabilmente così:
Grazie per aver acquistato. Ti ricordiamo che il prodotto non prevede diritto di recesso.
Manca la PEC.
Il problema non è stabilire se il concetto sia teologicamente corretto.
Non è il mio mestiere e non è nemmeno il punto.
Il problema è che “è per sempre” non è una value proposition.
È una caratteristica.
Una feature.
E una feature senza significato può produrre l’effetto opposto a quello desiderato.
Anche una cicatrice può essere per sempre.
Anche un trauma.
Anche certe fotografie sulle patenti sembrano sfidare l’eternità.
La permanenza, da sola, non produce valore.
Il “per sempre” raccontato male
Prendiamo due frasi.
La prima:
“Quello che ricevi oggi non potrai cancellarlo.”
La seconda:
“Quello che ricevi oggi entrerà nella tua storia, anche quando un giorno potresti guardarlo in modo diverso.”
Il concetto di permanenza è ancora lì.
Ma il significato è completamente cambiato.
Nel primo caso c’è un vincolo.
Nel secondo c’è un’origine.
Nel primo senti una porta chiudersi.
Nel secondo senti qualcosa che viene consegnato.
E qui il marketing c’entra molto meno di quanto sembri.
È una questione narrativa.
Non basta dire cosa una cosa è. Devi riuscire a spiegare cosa significa per chi la riceve.
Poi arriva Satana
A un certo punto compare anche Satana.
E no, non mi scandalizza.
Siamo in chiesa.
Satana ha probabilmente più diritto di cittadinanza lì di quanto ne abbia io con le mie analogie sul funnel.
Il problema non è pronunciare la parola.
È il frame nel quale la inserisci.
Se metti insieme:
la paura che i figli prendano strade sbagliate,
il timore dei genitori di non essere abbastanza autorevoli,
il male,
la necessità di proteggere,
e un sacramento raccontato anche attraverso la propria irreversibilità,
inizi a costruire una sequenza molto precisa.
Esiste un pericolo.
Tuo figlio è vulnerabile.
Tu hai una responsabilità.
Questa scelta rappresenta una protezione.
È uno schema persuasivo antico quanto il commercio.
Prima ingrandisci il problema.
Poi presenti la soluzione.
Funziona.
Ed è proprio questo che mi disturba.
Perché funzionare non significa necessariamente comunicare bene.
Puoi vendere un’assicurazione mostrando per mezz’ora case incendiate.
Probabilmente qualcuno firmerà.
Ma non hai costruito valore.
Hai costruito paura.
Il ragazzo sui binari
Poi arriva un aneddoto.
Un ragazzo molto giovane.
Una situazione pericolosa sui binari.
Conseguenze legali.
Genitori descritti attraverso professioni socialmente riconosciute.
Eppure il ragazzo è “uscito così”.
Anche qui la storia fa il suo lavoro.
Ti mette ansia.
Ti ricorda che puoi essere un genitore preparato, istruito, professionalmente realizzato e scoprire comunque che tuo figlio è un essere umano dotato dell’irritante capacità di fare cose che tu non avevi programmato.
Ma il punto potrebbe essere esattamente questo.
Non che l’educazione abbia fallito.
Non che serva più controllo.
Non che una qualche struttura debba garantire un risultato.
Ma che nessun genitore possiede il prodotto finale dell’educazione di un figlio.
Per fortuna.
Puoi educare.
Puoi accompagnare.
Puoi testimoniare.
Puoi sbagliare.
Puoi esserci.
Ma non puoi programmare.
Un figlio non è un workflow n8n.
Non puoi impostare i trigger corretti a sei anni e aspettarti un adulto perfettamente conforme all’output previsto a venticinque.
Se fosse così, forse sarebbe persino terrificante.
“Ma la Chiesa non deve fare marketing”
Obiezione legittima.
E sono d’accordo.
La Chiesa non deve “vendere” il Battesimo.
Il Battesimo non è un prodotto.
Una parrocchia non è un SaaS.
E spero sinceramente di non assistere mai a un’offerta:
Battesimo Premium + Comunione inclusa per i primi dodici mesi.
Ma se riunisci delle persone e decidi di spiegare loro il significato di qualcosa, stai comunicando.
E ogni comunicazione sceglie un frame.
Puoi raccontare la fede come appartenenza oppure come minaccia.
Come eredità oppure come obbligo.
Come possibilità oppure come recinto.
Come qualcosa che consegni oppure come qualcosa che imprimi.
Non esiste comunicazione neutrale solo perché non la chiami marketing.
“Però un genitore deve scegliere”
Certo.
Un bambino non decide tutto.
E meno male.
Un genitore sceglie cosa mangia, dove vive, quale scuola frequenta, quali regole rispettare.
Decide anche molti elementi culturali e spirituali.
Pretendere una neutralità assoluta sarebbe ridicolo.
Ma c’è una differenza enorme tra scegliere per qualcuno quando non può ancora farlo e scegliere chi dovrà essere quando potrà farlo.
La prima si chiama responsabilità.
La seconda assomiglia molto di più al possesso.
Educare significa consegnare strumenti.
Non produrre cloni.
Se mio figlio adulto mette in discussione qualcosa che gli ho insegnato, non è necessariamente la prova che ho fallito.
Potrebbe persino essere la prova che ha imparato a pensare.
E questa possibilità dovrebbe valere anche per la fede.
Altrimenti non stiamo costruendo credenti.
Stiamo costruendo utenti vincolati da termini e condizioni accettati da qualcun altro.
“Ma il Battesimo per la Chiesa è davvero indelebile”
Perfetto.
Conserviamo l’indelebilità.
Non serve cambiare teologia.
Serve forse cambiare la frase.
Invece di:
“Nemmeno se vorrai sbattezzarti potrai cancellarlo.”
potrei dire:
“Ci sono esperienze che entrano nella nostra storia prima ancora che possiamo comprenderle. Crescendo possiamo accoglierle, rileggerle, contestarle. Ma continueranno a far parte del punto da cui siamo partiti.”
Stesso “per sempre”.
Zero minaccia.
Molta più profondità.
Come avrei raccontato io il Battesimo
Probabilmente avrei iniziato con una frase che Don Noia non ha pronunciato:
Vostro figlio non vi appartiene.
E avrei aspettato qualche secondo.
Poi:
Per alcuni anni, però, dipenderà profondamente da ciò che sceglierete di consegnargli.
Una lingua.
Una cultura.
Un modo di distinguere il bene dal male.
Un rapporto con gli altri.
Una storia familiare.
Dei simboli.
E, se siete credenti, una fede.
Non state scegliendo oggi cosa vostro figlio dovrà pensare a quarant’anni.
State scegliendo cosa avrà a disposizione quando inizierà a decidere da solo chi vuole diventare.
Questa per me sarebbe una narrazione molto più potente.
Perché non rende il genitore meno importante.
Lo rende molto più responsabile.
Gli toglie però una pretesa:
quella di essere proprietario del risultato.
Il Battesimo come consegna, non come marchio
A quel punto avrei raccontato il “per sempre”.
Ma in modo diverso.
Non come una marcatura indelebile.
Come una biografia.
Ci sono cose che riceviamo da bambini e rimangono con noi anche quando smettiamo di pensarle nello stesso modo.
Una canzone.
Un profumo.
Una frase dei nostri genitori.
Una paura.
Una tradizione.
Un luogo.
A volte passano decenni e tornano improvvisamente.
Non perché qualcuno ci impedisca di cancellarle.
Perché hanno contribuito a costruirci.
Se il Battesimo vuole essere raccontato come qualcosa che rimane, allora questa per me è una chiave molto più interessante:
non qualcosa da cui non puoi scappare, ma qualcosa con cui, prima o poi, potresti scegliere di confrontarti.
La libertà rimane.
La storia pure.
E forse è qui che mi mancano i preti di una volta
Non perché fossero tutti migliori.
Sarebbe una nostalgia piuttosto selettiva.
Di preti autoritari, noiosi e incapaci di comunicare il secolo scorso aveva una discreta disponibilità.
Mi manca però un certo tipo di figura.
Il prete che apparteneva a un luogo prima ancora che a una struttura.
Quello che conosceva il quartiere.
Le famiglie.
I problemi.
Le trasformazioni.
Quello che diventava un simbolo non perché qualcuno ne moltiplicasse le fotografie, ma perché era presente.
Ed è forse per questo che quella parete piena di Papa e povera, almeno ai miei occhi, di memoria locale mi è rimasta impressa.
Le istituzioni corrono sempre un rischio.
Innamorarsi dei propri simboli verticali e dimenticare quelli orizzontali.
Il Papa è il Papa.
Ma un sacerdote che contribuisce alla rinascita di un quartiere rappresenta una cosa difficilissima da sostituire con una fotografia istituzionale:
la dimostrazione concreta che una comunità può cambiare un luogo.
E forse sarebbe stata quella la storia più convincente da raccontare.
Non la paura che un ragazzo finisca sui binari.
Ma il racconto di qualcuno che, restando in quelle strade, ha contribuito a cambiarle.
Il problema non è la religione
Alla fine, Don Noia mi interessa poco.
Lo dico quasi con affetto.
Il punto non è lui.
È un problema di comunicazione che vedo ovunque.
Nelle aziende.
Nella politica.
Nelle famiglie.
Nelle istituzioni.
Quando non sappiamo più spiegare perché qualcosa abbia valore, tendiamo a rifugiarci in tre scorciatoie.
La tradizione: si è sempre fatto così.
L’autorità: è giusto perché lo diciamo noi.
La paura: guarda cosa potrebbe succedere se non lo fai.
Sono strumenti potenti.
Producono obbedienza.
A volte persino conversione.
Ma il significato è un’altra cosa.
Richiede più fatica.
Richiede accettare che chi ascolta possa capire, scegliere e perfino rifiutare.
Forse è questo il punto che mi è rimasto davvero addosso.
Don Noia aveva davanti persone che avevano già scelto.
Non doveva difendere il Battesimo.
Non doveva vincere una discussione sulla modernità.
Non doveva convincere dei genitori a trasformarsi nei project manager spirituali dei propri figli.
Aveva davanti un’occasione molto più interessante.
Rendere quella scelta degna di essere ricordata.
E invece è riuscito soprattutto a farmi pensare al Product Marketing.
Considerando il luogo in cui mi trovavo, non ho ancora deciso se classificarlo come fallimento comunicativo o miracolo.