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26/05/2026

InUrbem: la mostra fotografica che si espande nel digitale

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InUrbem: la mostra fotografica che si espande nel digitale

InUrbem non è solo una mostra fotografica: è un racconto che si apre a chi non può esserci, con una pagina digitale in quattro lingue, audio e scatti inediti.

Il 21 maggio è partita la mostra “InUrbem: dieci anni dopo la Pietà a Roma”. Un progetto nato da un’esperienza fotografica di dieci anni fa che oggi si allarga online, per chi non può visitare la mostra a Molfetta.

Non si tratta di aggiungere un sito in più. L’obiettivo è estendere il racconto oltre la sala espositiva, rendendolo accessibile, comprensibile e fruibile. Quando il digitale serve davvero, non si limita a fare da contorno: costruisce contesto e accesso.

Il progetto nasce da un racconto fotografico

InUrbem prende vita da fotografie scattate durante il pellegrinaggio della Pietà di Giulio Cozzoli a Roma. Le immagini mostrano l’arrivo, il cammino verso San Pietro, l’ingresso in Basilica, il ritorno e la commozione di chi ha reso possibile quel momento.

La mostra fisica ha un limite netto: la vive solo chi è presente. Chi è lontano o non può visitarla rischia di restare escluso da una storia che merita di essere condivisa.

Da qui la scelta di una pagina digitale dedicata: https://www.vinbis.com/inurbem-pieta-roma/. Non una semplice galleria online, ma un’estensione reale del racconto.

La mostra fisica diventa una estensione digitale del racconto. PH Ruggiero De Virgilio

Un percorso narrativo oltre le immagini

La pagina digitale riprende gli scatti e li trasforma in un racconto articolato. Per ogni foto si può leggere un testo esteso, ascoltare un audio nella lingua scelta, vedere scatti inediti collegati e seguire la mostra anche da lontano.

I contenuti sono in italiano, inglese, francese e tedesco. Non è un’operazione di internazionalizzazione fine a sé stessa, ma la consapevolezza che alcune storie, pur radicate in un territorio, possono essere comprese da chi non ne conosce la tradizione, se raccontate con il giusto contesto.

La Pietà di Cozzoli è memoria di Molfetta, ma quel viaggio a Roma e l’incontro ideale con la Pietà di Michelangelo parlano un linguaggio universale: arte, fede, dolore, comunità, memoria.

La stessa storia viene resa leggibile in più lingue e formati. PH Ruggiero De Virgilio

Il digitale non sostituisce, prolunga l’esperienza

La pagina digitale non vuole sostituire la mostra. Una stampa vista dal vivo ha materia, proporzione, silenzio, presenza: elementi che uno schermo non può replicare senza ingannare.

Il punto non è duplicare l’esperienza fisica, ma prolungarla. Renderla accessibile a chi non può esserci, dare più profondità a chi visita dal vivo, permettere di tornare sui singoli scatti, ascoltare il racconto, scoprire immagini non esposte.

Il digitale, in questo caso, non aggiunge rumore: costruisce accesso.

Il digitale non sostituisce la mostra: ne amplia l’accesso. PH Ruggiero De Virgilio

Le immagini come soglie di un racconto

Ogni scatto è una soglia, non solo un’immagine da guardare ma un ingresso in un momento preciso: la cassa che arriva a Roma, la luce su una panca, il silenzio dell’apertura, il cammino verso San Pietro, il passaggio sul Ponte Sant’Angelo, la banda, i confratelli, i bambini, la Piazza, la Basilica, il ritorno, l’abbraccio finale.

Da sole raccontano molto, ma insieme a testo e audio diventano una sequenza narrativa. Lo scatto non resta isolato, torna dentro il tempo in cui è nato.

Il digitale funziona quando costruisce esperienza, non quando replica materiale esistente. PH Ruggiero De Virgilio

Il digitale spesso è usato male

Il digitale viene spesso usato nel modo più pigro: una locandina diventa un post, una mostra una gallery, un evento una pagina con poche righe e qualche foto buttata lì.

Funziona tecnicamente, ma serve davvero? Non sempre.

Con InUrbem ho voluto fare qualcosa di diverso: usare il digitale per creare continuità tra memoria, racconto e accessibilità.

Non volevo una pagina bella, volevo un’esperienza chiara. Chi arriva sulla pagina deve poter scegliere la lingua, ascoltare, leggere, guardare e capire perché quegli scatti contano.

Anche se non è di Molfetta, non conosce la tradizione o non era lì dieci anni fa.

Questa domanda — che esperienza sto costruendo per chi la userà? — è il filo che lega questo progetto al mio lavoro attuale. Se la tecnologia non risponde a questa domanda, è solo decorazione.

Il digitale funziona quando costruisce esperienza, non quando replica materiale esistente. PH Ruggiero De Virgilio

Accessibilità culturale concreta, non ideale

Ci sono storie che rischiano di restare chiuse nel perimetro di chi le ha vissute. Non per mancanza di valore, ma per mancanza di strumenti, contesto, distribuzione.

La pagina digitale di InUrbem nasce per evitare questo.

Chi visita la mostra può usarla come approfondimento. Chi non può essere a Molfetta entra comunque nel racconto.

Chi incontra una fotografia tramite QR code può continuare l’esperienza dal proprio smartphone. Chi parla un’altra lingua può ascoltare e leggere nella propria.

Non è perfetta, non è definitiva, ma è concreta. E la concretezza, ogni tanto, è ancora una buona idea.

Un QR code può diventare un ponte tra mostra fisica e racconto digitale. PH Ruggiero De Virgilio

Una mostra che non si chiude nello spazio fisico

Il risultato è una mostra che non finisce nello spazio in cui è allestita.

Continua online, nelle lingue, nelle voci, negli scatti inediti.

Continua a essere vista, ascoltata e capita anche da chi è lontano.

Dieci anni fa ho fotografato una giornata. Oggi provo a trasformare quelle fotografie in un’esperienza più ampia, disponibile e accessibile.

Non per nostalgia, ma perché alcune memorie, se progettate bene, possono ancora parlare.

E forse il compito del digitale, quando non si perde nella sua solita voglia di sembrare indispensabile, è proprio questo: aiutare le storie a non restare ferme dove sono nate.

Il digitale, quando serve davvero, non deve limitarsi ad accompagnare un evento: deve renderlo più accessibile, più comprensibile, più fruibile.

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Cosa penso?

Il valore di questo progetto sta nella sua sobrietà. Non cerca di sostituire l’esperienza fisica, non forza un linguaggio tecnologico dove non serve e non usa il digitale come semplice vetrina. Fa qualcosa di più utile: mette ordine tra memoria, contesto e fruizione. Fuori dal mondo delle mostre, il problema non è la mancanza di tecnologia, ma l’assenza di una domanda chiara: chi deve capire cosa, e in che modo?

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