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18/10/2026

Le peggiori AI della nostra vita

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Le peggiori AI della nostra vita

Uso moltissimo l’AI. Ogni tanto, però, mi sembra di essere uno dei pochi non contagiati di Pluribus.

RIFLESSIONI

Le peggiori AI della nostra vita

Uso moltissimo l’AI. Ogni tanto, però, mi sembra di essere uno dei pochi non contagiati di Pluribus.

Vincenzo Bisceglie | vinbis.com

Ho guardato l’intervento di Andrea Stroppa alla Festa de Il Tempo e mi sono ritrovato con parecchie domande. Intanto, per il modo in cui parla di quel mondo, Stroppa mi sembra un adepto di Musk. Quella devozione mi fa pensare più a una setta che a un’azienda. Mi colpisce la sicurezza con cui viene indicata una direzione e si chiede a tutti di seguirla.

Nel video, normare l’intelligenza artificiale viene presentato come un modo per rallentarla. Stroppa chiede di adottarla velocemente, ne propone l’uso obbligatorio per i dirigenti pubblici e invita a sostenere chi porterà questi temi in politica. È da questi passaggi che è partito il mio ragionamento.

Sono un sostenitore e un grande utilizzatore dell’AI. Saprei anche viverne senza, così come saprei vivere senza calcolatrice e senza elettricità. Farebbe una bella differenza, certo. Dovrei rinunciare a parecchie cose e impiegherei molto più tempo per farne altre, ma saprei da dove cominciare.

Per me, quella che chiamiamo intelligenza artificiale è tutt’altro che intelligente. Considerarla una superintelligenza mi sembra una stupidaggine. Posso trovarla utilissima senza riconoscerle tutto quello che le attribuiamo. La capacità di rispondermi, persino di contestarmi, non mi dimostra che lo stia facendo con una coscienza propria. E non vedo perché il fatto di usarla debba impedirmi di mettere in discussione il nome che le abbiamo dato.

Allo stesso tempo sono convinto che quelle che vediamo e usiamo adesso siano le peggiori AI della nostra vita. Mi aspetto che migliorino parecchio. Per questo gli errori di oggi non mi tranquillizzano: potrebbero essere corretti molto prima di quanto immaginiamo. Mi interessa capire come staremo noi quando gli strumenti saranno molto più capaci.

Ho anche un sospetto: ci faranno credere di stare rallentando. Perché mai dovrebbero farlo, se continuare significa guadagnare terreno? A chi annuncerà una pausa chiederò che cosa sta fermando davvero, oltre agli annunci. Non conosco le sue intenzioni, ma non riesco ad affidarmi all’idea che chi sta correndo trovi conveniente aspettarci.

Per darci il tempo di adattarci, si potrebbe rispondere. E io continuo a chiedermi che cosa voglia dire. Adattarci a dimenticare ciò che per noi oggi è scontato?

Che cosa ci rimane

Prendo il passaggio sulla giustizia. Stroppa parla di macchine che preparano bozze di sentenza e di giudici che le correggono. Poco dopo dice che i magistrati non possono leggere decine di migliaia di pagine per ogni processo. Mi chiedo come si controlli una ricostruzione del genere quando manca già il tempo per esaminare tutto il materiale.

Per accorgersi di un documento ignorato bisogna almeno sapere dove cercarlo. Una sintesi ordinata può aiutare molto, ma ciò che manca non si vede necessariamente leggendola. Se poi il tempo recuperato viene occupato da nuovi incarichi, la verifica rischia di diventare qualcosa che tutti danno per fatta. In fondo c’è una firma.

È una prospettiva che mi disturba: continuare a rispondere di decisioni sulle quali si riesce a esercitare sempre meno controllo. Potremmo ritrovarci con l’ultimo lavoro umano ancora indispensabile, quello di prendersi la colpa.

Quando Stroppa indica i robot come alternativa a determinati lavoratori immigrati, mi viene da allargare la domanda a chiunque lavori. Se una macchina riesce a svolgere la mia attività al posto mio, che cosa succede a me? Non mi basta sentirmi dire che ci sarà sempre qualcosa che saprò fare meglio. L’idea che la mia sicurezza dipenda da un compito che il software non ha ancora imparato a svolgere mi sembra piuttosto fragile.

Mi interessa il diritto di non servire più a una certa attività senza perdere insieme al lavoro anche dignità e possibilità di vivere. Desideriamo strumenti che ci risparmino fatica, però fatichiamo a immaginare una persona meno necessaria alla produzione che possa stare bene lo stesso. Prima o poi questa contraddizione dovremo affrontarla, anche se continuiamo a spostare la discussione su quali mestieri si salveranno.

Nel discorso c’è anche la proposta di far analizzare le nuove norme a modelli di frontiera. Immagino uno Stato che estenda questi strumenti alla propria spesa, agli atti, ai servizi. Il giorno in cui dovesse cambiare fornitore, quanto saprebbe ancora fare?

Un servizio può funzionare benissimo e diventare una dipendenza difficile da sciogliere. Se interrompere un contratto significasse perdere la capacità di svolgere attività essenziali, ci ritroveremmo con una parte dello Stato in affitto. E quanto di quello che so fare resterebbe mio, se potessi farlo soltanto finché qualcuno mi garantisce l’accesso?

E se si spegnessero i server?

Come faranno i nostri discendenti a fare brainstorming, scrivere, disegnare, progettare, ricercare? È la domanda a cui torno più spesso. Mi basta immaginare il servizio non disponibile e una persona davanti a qualcosa che fino al giorno prima riusciva a ottenere in pochi secondi.

Io posso affidare all’AI una parte di un lavoro che ho imparato a svolgere. Ho dei riferimenti con cui confrontare quello che mi restituisce. Posso accorgermi che un testo non mi rappresenta, decidere di riscriverlo, riprendere un progetto da capo. Ho imparato a farlo anche prima di avere questi strumenti a disposizione.

Chi incontra direttamente il risultato, senza attraversare il percorso per imparare a produrlo, che cosa avrà a disposizione quando quel risultato non arriva? Se durante un brainstorming le prime idee sono sempre proposte dall’assistente, ci sarà comunque un’occasione per imparare a cercarle? Nella scrittura mi preoccupa che il testo possa essere già pronto prima ancora di aver capito bene ciò che si voleva dire.

Per disegnare, progettare e ricercare ho lo stesso dubbio. Saper scegliere tra proposte disponibili può essere una competenza utile. Mi domando se resterà anche la capacità di formulare qualcosa che nessuno ci ha suggerito, andare a cercare una fonte, riconoscere un vincolo, cambiare domanda. Un risultato ben fatto, da solo, non mi dice quanto abbia imparato chi lo consegna.

Stroppa presenta anche l’utilizzo di tutor AI nelle scuole come un aiuto per i bambini. Mi interessa molto sapere quanto resti di quell’apprendimento senza il tutor. Se l’assistente serve a imparare meglio, bene. Se diventa il modo di ottenere una risposta senza aver acquisito la capacità di costruirla, dovremmo accorgercene prima di dichiararci soddisfatti dei risultati.

Per i nostri discendenti, forse, parlare di dimenticare non basta. Potrebbero non aver mai imparato alcune cose che noi abbiamo smesso di insegnare perché sembravano diventate inutili. La generazione successiva avrebbe ancora qualcuno a cui chiedere come si fa?

Non ho nostalgia di tutta la fatica che ci siamo risparmiati. Vorrei che chi verrà dopo di noi avesse una possibilità concreta di ripartire, invece di dover aspettare che torni disponibile un servizio. È questo che intendo quando dico che saprei vivere senza AI, calcolatrice ed elettricità: avrei delle difficoltà, ma anche capacità a cui ricorrere. Non so quanto continueremo a trasmetterle.

Ogni tanto penso a Pluribus

Mi sembra di essere uno dei pochi non contagiati nel mondo di Pluribus. Per come la sto seguendo, non mi è ancora chiarissimo che cosa sia successo e perché stia accadendo. L’idea di essere parte di un sistema autosostenibile, con una memoria e un’intelligenza globale, però, mi fa una certa impressione.

Avere accesso a tutto quel sapere sarebbe affascinante. Appartenere a un sistema del genere mi fa pensare anche a quello che rimarrebbe della mia maniera di arrivare alle cose: i tentativi, le idee che abbandono, quelle che riprendo dopo aver capito altro. Ci sono volte in cui voglio passarci io, anche sapendo che con un aiuto farei prima.

La cosa curiosa è che questa sensazione mi viene pur essendo un grande utilizzatore dell’AI. Ci lavoro, mi è utile, ne sostengo l’utilizzo. Però voglio ancora potermene separare. Non riesco a considerare contraddittorie queste due cose.

Il dubbio è quanto sarà possibile. Potrei continuare a sapere come lavorare senza AI e trovarmi in un’organizzazione che assegna tempi sostenibili soltanto usandola. Oppure potrei voler restare fuori da un servizio che diventa l’unico modo praticabile per fare qualcosa. A quel punto avrei ancora la competenza, ma molte meno occasioni di esercitarla.

È qui che la parola adattamento comincia a pesarmi. Ci abituiamo, smettiamo di usare l’alternativa, magari smettiamo anche di insegnarla. Dopo qualche anno sembra strano perfino chiedere di fare diversamente. Quanto stiamo scegliendo e quanto ci stiamo preparando ad accettare?

Il video di Stroppa mi ha lasciato questi pensieri. Continuo a essere un sostenitore e un grande utilizzatore dell’AI, e proprio per questo penso a strumenti molto più capaci di quelli attuali. La produttività promessa non risponde a tutte le domande che mi sono fatto. Chiamarli superintelligenza nemmeno.

Oggi saprei viverne senza. Vorrei che un giorno i nostri discendenti potessero dire la stessa cosa, senza dover aspettare che si spengano i server per scoprirlo.

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