AI TECH
Pensare nell’era dell’AI: Steven Kotler e la fatica di restare lucidi
Steven Kotler, nel workbook Thinking in the Age of AI per reMarkable, descrive una crisi cognitiva fatta di sovraccarico, attenzione frammentata e perdita di direzione. Una riflessione VinBis su AI, pensiero critico e lucidità.
L’AI non ci sta rubando il pensiero. Molto spesso glielo stiamo consegnando già stanco, frammentato e senza direzione.
È il punto che emerge dal workbook Thinking in the Age of AI di Steven Kotler per reMarkable: prima degli strumenti conta la qualità mentale con cui li usiamo.
Da dove nasce questa riflessione
Il contenuto di reMarkable colpisce perché non parla dell’ennesimo trucco per usare meglio l’AI, ma del contesto mentale in cui l’AI entra. Il punto non è accelerare tutto, ma capire se abbiamo ancora abbastanza lucidità per scegliere cosa conta.
Kotler parte da una constatazione semplice: la vita moderna tira la mente da ogni lato. Scadenze, notifiche, email, feed, richieste continue. Se a questo aggiungiamo strumenti sempre più veloci, il rischio non è pensare meglio, ma produrre confusione più in fretta.

I tre cedimenti della mente moderna
Kotler descrive tre frizioni che oggi sono quasi normalità: sovraccarico cognitivo, frammentazione dell’attenzione e deriva di significato. Il primo riguarda una mente piena di dati, priorità che cambiano e decisioni continue. Il risultato è una risposta più reattiva e meno strategica.
Il secondo è la distrazione continua. Ogni interruzione costringe a ripartire e rende più difficile entrare nel pensiero profondo. Il terzo è più sottile: si continua a muoversi, produrre, aggiornarsi, ma si perde direzione. Si lavora molto, senza essere sicuri di andare dove serve davvero.

Lo stato mentale viene prima dello strumento
La parte più utile del workbook è pratica: se non sai regolare il tuo stato interno, diventa difficile regolare il comportamento. Per questo Kotler insiste sullo state control prima ancora che su metodi, tool o routine.
Il reset proposto è concreto: respiro lento, campo visivo più ampio, scelta della prossima azione significativa e micro-impegno di dieci minuti. Non è una formula spettacolare. È un modo per rientrare nel campo quando la mente è in allarme.

Deep work, attenzione protetta e una domanda scomoda
Kotler propone anche un ciclo di lavoro molto chiaro: 90 minuti di deep work, 20 minuti di decompressione e 30 minuti di attenzione aperta. L’idea è trattare la mente come un sistema vivo, non come un motore da spremere.
Il punto più scomodo resta però un altro: prima di chiedersi come usare l’AI, vale la pena domandarsi che tipo di pensiero stiamo allenando mentre la usiamo. Se l’AI serve a evitare fatica, allena delega cieca. Se serve a verificare, confrontare e chiarire, può diventare una leva utile. La differenza sta nel criterio, non nel tool.

Il problema non è solo usare l’AI: è farlo con una mente già stanca e senza direzione.
Cosa penso?
La lettura di Kotler sposta il fuoco: non si tratta di idolatrare o temere l’AI, ma di osservare lo stato mentale con cui la adottiamo. Nel lavoro quotidiano il rischio non è la mancanza di strumenti, ma l’abitudine a usarli per coprire confusione anziché ridurla. L’AI può essere una leva potente solo se prima c’è criterio, attenzione protetta e direzione chiara. Altrimenti accelera processi fragili e rende più efficiente il rumore.
Pensare meglio oggi significa difendere l’attenzione prima ancora di inseguire la velocità.